Vi siete mai chiesti perché sudiamo? La risposta potrebbe sembrare ovvia: è un meccanismo di termoregolazione che consente di raffreddare il corpo grazie all’evaporazione del liquido (il sudore appunto) presente sulla pelle. Probabilmente però abbiamo avuto tutti momenti in cui abbiamo sudato anche se la giornata non era calda. E’ il cosiddetto “sudore freddo”, fortemente legato a stati d’animo di ansia o paura. E che dire di chi, come mio figlio, suda quando piange? E’ evidente che il meccanismo che provoca la sudorazione non risponde semplicemente a input corporei, come la temperatura, ma anche a quelli emotivi. Questo è possibile grazie al collegamento esistente tra mente e corpo. Il corpo risuona sulle frequenze dei nostri pensieri e delle nostre emozioni, per il semplice motivo che non esiste una separazione tra loro. Non siamo fatti per essere materia animata dalla mente, bensì esseri viventi la cui mente è il prodotto dell’attività di un apparato organico del corpo, il sistema nervoso, come la digestione è il prodotto dell’attività dell’apparato digerente. Gli stati mentali ed emotivi attivano sia il sistema nervoso centrale, che ha come principe il cervello, sia il sistema nervoso autonomo, che è direttamente collegato a organi come il cuore, lo stomaco, il fegato, l’intestino e tanti altri. Robert W. Levenson è un ricercatore nelle aree della psicofisiologia umana e delle neuroscienze delle emozioni presso la prestigiosa università di Berkeley, in California. I suoi studi (2) hanno dimostrato che il sistema nervoso autonomo svolge un ruolo critico nelle emozioni, generando segnali ad alto valore comunicativo nei confronti degli altri appartenenti alla specie e producendo sensazioni viscerali che danno forma all’esperienza emotiva soggettiva. In altre parole, le lacrime e il sudore non solo sono correlati corporei di esperienze emotive di tristezza o paura, ma sono anche segnali esterni che ci aiutano a comunicare il nostro stato emotivo interno agli altri. Grazie a loro siamo più consapevoli delle nostre emozioni ed impariamo meglio a riconoscerle negli altri, ovvero affiniamo le nostre capacità empatiche. Infine, ci aiutano a regolare e ad avere maggior controllo sulle emozioni dannose e improduttive.

Nonostante queste e molte altre evidenze che definiscono in maniera chiara la relazione tra stati mentali, emotivi e corporei, esiste ancora un robusto pregiudizio relativo al fatto che pensieri ed emozioni possano avere ripercussioni fisiche. Molti infatti non sono disposti a considerare come prodotto del naturale funzionamento umano il legame tra sofferenza dell’anima e del corpo e piuttosto nutrono l’intimo preconcetto che se la malattia del corpo non ha un’origine organica allora si è di fronte ad un caso di pazzia. D’altra parte, anche ne “Il malato immaginario” di Molière il termine immaginario ha l’accezione di folle. Eppure chiunque abbia vissuto un momento di profonda tristezza ha sentito le sue spalle raggomitolarsi e i movimenti rallentarsi. Chiunque abbia provato una stato di intensa preoccupazione ha sentito lo stomaco chiudersi ed il respiro affannato. Come è di consuetudine in Psicologia e felicità, spostiamo subito l’attenzione sulle implicazioni positive del legame mente-corpo. Recenti studi scientifici condotti dall’American Psychological Association (3) dimostrano che la gratitudine ha effetti benefici sul cuore. In particolare, 186 persone con insufficienza cardiaca asintomatica, ognuna delle quali aveva precedentemente sofferto di un attacco di cuore nella sua vita, sono state invitate a tenere un diario della gratitudine per gli aspetti di vita quotidiani. Grazie a questa pratica, i partecipanti hanno potuto migliorare la propria salute mentale e fisica, ottenendo un migliore umore, qualità del sonno, minor affaticamento ed effetti positivi sui disturbi cardiaci (riduzione dei livelli di infiammazione del cuore e aumento della variabilità della frequenza cardiaca). Gli stessi risultati sono confermati in altri studi, tra cui soprattutto quelli dell’HeartMath Institute in California (4). Le ricerche di questo prestigioso Ente, coordinate da un team di cardiologi, psicologi e psicofisiologi, ha inoltre esplorato la connessione cuore-cervello, mettendo in luce una comunicazione a due vie (5). Ciò che abbiamo studiato a scuola è che il cuore risponde costantemente agli ordini inviati dal cervello. Ma quello che raramente le persone sanno è che il cuore invia molti più segnali al cervello di quelli che il cervello invia a lui! Questi messaggi provenienti dal cuore hanno un significativo effetto sia sui processi emozionali che su funzioni cognitive come l’attenzione, la percezione, la memoria e la capacità di risolvere problemi. Se vogliamo tornare al nostro esempio del sudore, uno studio che ha misurato in maniera precisa la risposta microdermica (ovvero lievissime variazioni della sudorazione, ma indicative dell’attività del sistema nervoso autonomo), ha concluso che è un indice psicofisiologico sensibile delle variazioni dell’eccitazione del sistema nervoso autonomo simpatico che è integrata con stati emotivi e cognitivi. Inoltre, stati di eccitazione fisica espressi tramite variazioni della sudorazione influenzano la cognizione e l’emotività, grazie alle sostanze chimiche presenti nel sudore che fungono da messaggeri per il cervello (6).

Immaginate allora che esista una strada che collega la mente al corpo. La ricerca dimostra oggi che questa strada può essere percorsa in entrambe le direzioni, ossia che anche gli stati del corpo possono influenzare i nostri pensieri e le nostre emozioni. Il lavoro di ricerca di Amy Cuddy, psicologa esperta a livello mondiale di linguaggio del corpo, è concentrato esattamente sulla seconda via, quella corpo-mente (7). La Cuddy ha trovato che determinate posizioni assunte dal corpo sono in grado di rilasciare messaggi chimici potenti per lo stato mentale ed emotivo. Questi studi non fanno che confermare ciò che la saggezza orientale tramanda da secoli, ovvero ad esempio il potere calmante della respirazione profonda sulla mente.

Box 2: Un esercizio di psicologia positiva. Mettete una matita tra i denti, lasciando che gli angoli della bocca si sollevino un poco, e mantenete la posizione per qualche minuto. Questo “sorriso del corpo”, assunto come vera e propria postura fisica, è in grado di rilasciare nell’organismo le sostanze chimiche legate agli stati emotivi della felicità, per cui il cervello, che le riceve, percepisce una sensazione di maggior benessere. Il risultato è che possiamo sentirci meglio, indipendentemente dallo stato emotivo di partenza!

Le considerazioni che si possono trarre da quello che vi ho presentato e dai molti altri dati che potrete trovare, se deciderete di approfondire, sono molteplici. Innanzitutto, smettiamo di considerare il cervello come un imperatore a cui sottometterci e il corpo come un aggeggio da portare in giro ed eventualmente snellire in vista della prova costume. Anzi, nel nostro cammino di felicità, proviamo da oggi in avanti a partire dal corpo: respiriamo, passeggiamo, sorridiamo, rilassiamo le tensioni muscolari e prestiamo attenzione a cosa accade nella nostra mente. E non temiamo il nostro o l’altrui sudore: in ciascuna di quelle goccioline è racchiusa una tale saggezza che nessun discorso della mente riuscirebbe mai a sintetizzare.

Bibliografia

(1) Martin Seligman. Fai fiorire la tua vita. Una nuova, rivoluzionaria visione della felicità e del benessere. Anteprima, 2012.
(2) Robert W. Levenson. Blood, sweat, and fears: the autonomic architecture of emotion. In Annals of the New York Academy of Sciences, Dicembre 2003, 1000: 348-66.
(3) Paul J. Millis, Laura Redwine, Kathleen Wilson, Meredith A. Pung, Kelly Chinh, Barry H. Greenberg, Ottar Lunde, Alan Maisel, Ajit Raisinghani, Alex Wood, Deepak Chopra. The role of gratitude in spiritual well-being in asymptomatic heart failure patients. In Spirituality in Clinical Practice, 2015, 2 (1): 5.

(4) Rollin McCraty. The Grateful Heart: The Psychophysiology of Appreciation. In The Psychology of Gratitude. Oxford University, 2004: 230-55.

(5) Rollin McCraty. Heart-Brain Neurodynamics: The Making of Emotions. In Issues of the Heart: The Neuropsychoterapist special issue, 2015: 76-110.

(6) Hugo D. Critchley. Electrodermal responses: what happens in the brain. In Neuroscientist, 2002, 8 (2): 132-42.

(7) Amy Cuddy. Il potere emotivo dei gesti. Sperling & Kupfer, 2016.